Il fischio è la voce del popolo quando chi ha potere sceglie di non sentire, è la sintesi perfetta delle parole inascoltate. Quando i discorsi sono vanificati, quando i comunicati hanno già detto tutto ma non hanno sortito riscontro, quando chi si è ubriacato di potere vive ogni palcoscenico come occasione per ricevere una standing ovation, è proprio in quel momento che il dissenso si manifesta più fragoroso perché inatteso. Il fischio è democratico, non ha bisogno di tessere di partito, di curriculum, del galateo. Basta avere fiato e una coscienza critica che valuta promesse e menzogne. Fischiare non significa solo disprezzare o disistimare, ma anche ricordare che il potere sugli altri non è né illimitato né infinito, come non è infinita la pazienza di chi quel potere sopporta se esercitato nel disprezzo dei Principi fondanti. L'applauso è rassicurante, finisce sui giornali e permette a tutti di tornare a casa convinti che vada tutto bene, magnificamente bene. Il fischio, invece, è un ospite maleducato che non accetta etichette, non rispetta il cerimoniale, non chiede permesso. E soprattutto regala al potere un bagno di realtà, ricordandogli che governare non significa vivere soltanto di applausi. Il fischio è il promemoria sonoro che ricorda che il consenso non è mai unanime. Naturalmente bisogna fischiare con intelligenza, il fischio migliore non è quello che vuole zittire ogni opinione diversa, ma è quello che impedisce al potere di convincersi che il proprio monologo sia diventato il pensiero unico. E allora il fischio parte dagli spalti di uno stadio e attraversa l'udito del potere come una freccia. Risuona nelle orecchie del potere e gli ricorda che il popolo non è una comparsa, non è una claque e soprattutto non è un applausometro. E se il potente si offende vuol dire che il tempo era giusto e l'occasione era perfetta, è come la freccia nel centro del cerchio. Se un fischio riesce a offendere il potere, allora forse il tavolo comincia già a tremare. Grazie Taranto. Carla Corsetti Portavoce di Laicitalia