IL TEATRINO

12-05-2026 11:20 -

L’incontro tra Marco Rubio e Robert Francis Prevost desta qualche perplessità sulla reale finalità di un confronto che ha oscillato tra l’inutilità e l’irrilevanza rispetto al drammatico scenario internazionale.
Robert Francis Prevost è stato eletto nuovo Capo di Stato vaticano dopo che Donald Trump, in occasione del funerale di Bergoglio, aveva puntato sulla elezione di un americano e aveva partecipato alla fumata bianca con 14 milioni di euro, anche se, a dire il vero, non ha aspettato molto dalla sua elezione prima di mettersi pubblicamente in rotta di collisione con il Vaticano.
Marco Rubio è figlio di immigrati cubani. Per molti anni lui e il suo entourage hanno lasciato intendere pubblicamente che la famiglia fosse fuggita da Fidel Castro dopo la rivoluzione del 1959. In seguito è emerso che i suoi genitori erano arrivati negli Stati Uniti nel 1956, quindi durante il regime di Fulgencio Batista, il crudele dittatore di Cuba sostenuto proprio dagli Stati Uniti. Dunque non un esilio anti-castrista dal momento che, cronologicamente, l’emigrazione precedeva Castro.
Le motivazioni precise della partenza dei genitori di Rubio non sono documentate in modo chiaro, e non risulta provato che fossero perseguitati politici da Batista. Nel tempo Rubio ha comunque costruito gran parte della sua identità politica attorno a una forte linea anticastrista e anticomunista. Durante le campagne elettorali si è distinto per la ripetitività degli slogan e dei discorsi, ma anche per aver attaccato Trump non certo sulle sue politiche criminali e antiumanitarie, ma con prese in giro sulla forma fisica.
Dopo la sconfitta alle primarie, Rubio ha cambiato atteggiamento verso Trump ed ha messo in atto un riavvicinamento politico pragmatico e pubblico che gli è valso la nomina a Segretario di Stato.
Trump, dal canto suo, non riuscirà a reggere ancora per molto, e non perché sia uno stupratore, non perché il suo nome compaia nei file di Epstein, non perché sia coinvolta anche sua moglie, non perché dia cenni di demenza, non perché è responsabile del genocidio palestinese, non perché sia complice di Netanyahu, non perché ha guadagnato vergognosamente con le guerre che ha scatenato, non perché ha creato una polizia peggiore della Gestapo, non perché ha tolto al suo Paese la speranza di essere civile, ma perché le lobby milionarie stanno valutando che non è più in grado di soddisfare le loro criminali prospettive predatorie.
Il Segretario di Stato Marco Rubbio probabilmente sta studiando da Presidente, in antagonismo con il Vicepresidente James David Vance, per essere pronto nel caso che Trump anticipi la fine del mandato.
Di certo vuole rassicurare quella parte di elettorato cattolico che Trump ha spaventato e in questa cornice si inserisce la recente visita in Vaticano.
Rubio e Prevost hanno avuto un colloquio che è durato meno di un’ora. Le dichiarazioni rese hanno dato il via libera alle interpretazioni più fantasiose dal momento che le formalità di rito hanno prevalso sul vuoto dei contenuti ufficialmente riferiti.
Rubio cercava in Prevost la legittimazione etica alle scorribande armate di Trump, semplicemente in vista della riconquista del voto cattolico americano per le elezioni di medio termine, ma anche alla riconquista di quello stesso elettorato per una eventuale sua presidenza.
In questo scenario, tuttavia, si inserisce un ulteriore elemento delirante, perché sia Prevost che Trump sono convinti di rappresentare dio in terra, e questa convinzione li pone in potenziale antagonismo teologico. Sicché si può ipotizzare che il piano del contrasto non è tanto sui crimini di guerra o di genocidio, ma sul primato della rappresentanza terrena del rispettivo amico immaginario.
Dal momento che, storicamente, molti soldi in Vaticano arrivano dagli USA, se Prevost non avesse accettato di incontrare Rubio, il flusso di denaro delle donazioni americane, già in diminuzione, avrebbe potuto subire un pericoloso arresto.
Dal punto di vista diplomatico questo incontro ha mantenuto una ritualità formale che non ha spostato di una virgola i disequilibri internazionali.
Visto che Rubio comunque non è riuscito ad associare platealmente il Vaticano al tradizionale giustificazionismo delle predazioni americane, dalla Casa Bianca è ripartita la sequela di critiche a Prevost per mostrare al mondo la cifra di una loro incompatibilità.
Una cosa però continuerà a tenerli uniti: il controllo sui corpi femminili, dal momento che sia la Casa Bianca di Trump che il Vaticano di Prevost potranno pure mostrare contrasto di facciata su guerre, deportazioni o massacri, ma quando si tratta di limitare autodeterminazione, sessualità e diritti riproduttivi delle donne ritroveranno immediatamente la comunione spirituale.
Sui crimini di guerra ci si concede qualche “divergenza”, poi basta che Prevost regali a Rubio una penna d’ulivo, il gadget che rappresenta la pace, e tutti possono tornare a recitare la parte degli statisti morali.
Ad onta della giornalanza italiana che straparla del pacifismo di Prevost contro Trump, è solo una operazione di marketing che con Rubio si è arricchita della fuffa di un teatrino diplomatico.